Abbazia del Loreto

Il palazzo abbaziale di Loreto: cenni storici Dopo la fondazione dell’abbazia di Montevergine, i monaci avvertirono l’esigenza della creazione di un’infermeria per le cure dei confratelli che si ammalavano e non potevano essere assistiti adeguatamente nel monastero montano. Il luogo prescelto fu nella cittadina di Mercogliano e prese il nome di Orrita o Urrita, denominazione che si riscontra in una pergamena del 1138. In tale documento si fa menzione di una donazione, fatta a Montevergine, da Enrico conte di Sarno, di un orto, un mulino ed altro, tra cui il censo su una casa appartenente al monastero, che fu di Giovanni, figlio di Maraldo Orrita. A tale nome, cioè al proprietario del suddetto fondo, si associa il toponimo dell’infermeria del sacro monastero di Montevergine, che fu sempre tutt’uno con la casa madre, non un monastero dipendente. Tale denominazione si trasformò progressivamente in O Rito, Lo Rito, Loreto quasi per una relazione fantasiosa con il comune di Loreto nelle Marche, soprattutto, nel secolo XVII, quando i monaci posero sull’altare della cappella del palazzo di Loreto un dipinto di Paolo di Maio, raffigurante il trasporto della casa di Nazaret. Più tardi, in un documento del 1167, si nomina un orto ed una vigna nel luogo Orrita, vicino alla chiesa di San Basilio, donati a Montevergine. Una ricostruzione del luogo si riscontra nella tavola l’Orto attorno Loreto della Platea di Mercogliano dell’agrimensore Bartolomeo Cocca o Cocchi, che fa riferimento a tutti gli stabili ed ai territori che il monastero possedeva nella zona, nel secolo XVII. Si può intravedere nella rappresentazione grafica il palazzo, con giardino annesso, ad oriente della cittadina irpina, dove era situata la chiesa di san Basilio, che venne nel passato, a confondersi con esso. La casa di Loreto incominciò ad avere uno sviluppo particolare dopo il 1195, quando, l’imperatore Enrico VI di Svevia donò la terra di Mercogliano con tutti gli uomini ed i suoi tenimenti all’abbazia e l’abate ne divenne il feudatario, acquisendo tutti i poteri civili. L’Orrita fu l’infermeria di Montevergine ed anche la curia abbaziale per l’amministrazione civile del feudo dell’abbazia. L’abate Gian Giacomo Giordano, nella sua opera le Croniche di Montevergine, ci fa una descrizione del complesso nel secolo XVII, ubicato in un luogo salubre, con un’infermeria molto buona e ben provvista. Inoltre egli fece eseguire un’incisione della montagna di Montevergine ed i luoghi vicini nella quale si possono tuttora intravvedere la forma quadrangolare del vecchio edificio di Loreto. Successivamente, nel 1721, l’agrimensore regio menzionato dapprima, redasse la Platea n. 4 che presenta all’inizio la pianta generale dell’antica struttura, mostrando l’esatta ubicazione dei locali che, al piano superiore, ospitavano l’infermeria ed, al di sotto di questa, la farmacia; quest’ultima era gestita da un sacerdote ed un converso, che venivano chiamati infermieri ed offriva il suo servizio a tutti i paesi circostanti. Il terremoto del 1732 segnò particolarmente la storia di Loreto poiché il palazzo risentì, non poco, delle scosse telluriche e le fabbriche, in parte, crollarono. I monaci e l’abate dell’epoca, Angelo Maria Federici, discussero a lungo sul da farsi fino a quando arrivarono alla determinazione di erigere un nuovo Loreto, anche perché il precedente spesso si allagava. Fu scelto il luogo indicato con il toponimo Besta o Vesta poiché più stabile, a poca distanza del vecchio complesso, quello conosciuto oggi come Croce di Vesta, presso l’attuale palazzo di Loreto, che allude al culto antico della dea Vesta nella zona. L’abate decise di servirsi di Domenico Antonio Vaccaro, considerato dai verginiani il più importante architetto della città di Napoli; costui accettò volentieri l’incarico, fece il progetto e realizzò un modello in legno che rendeva perfettamente l’idea della fabbrica. Nel 1734 si diede inizio alla costruzione del nuovo palazzo, ma ben presto vi fu la visita a Montevergine di un personaggio illustre il quale avanzò molte critiche sulla costruzione, soprattutto per quanto riguarda la parte centrale, nella quale si voleva erigere un mastio o castello. Quest’ultimo avrebbe sicuramente oscurato gli ambienti circostanti e rese sporche le quattro ali che lo circondavano, essendo esse soggette all’umidità ed alle immondizie. Inoltre il nuovo abate, Isidoro De Angelis, si trovò in una situazione sfavorevole nel prosieguo de lavori: il comune di Mercogliano e quello di Ospedaletto intrapresero una vertenza contro la realizzazione dell’opera. Gli amministratori locali si opponevano alla costruzione del complesso poiché i monaci avrebbero potuto riutilizzare il vecchio Loreto trasformandolo in locande e botteghe, a discapito dell’economia locale. La cittadina di Ospedaletto invece non approvava la costruzione dell’acquedotto per il trasporto dell’acqua, che scaturiva da una fonte ubicata nel suo territorio. I lavori furono sospesi per un po’ di anni; le parti coinvolte ricorsero al tribunale della Real Camera, ma poi si arrivò ad un accordo che permise la ripresa edilizia del complesso. Nel 1741, l’investigatore regio, ingegner Michelangelo Di Blasio pervenne a Loreto e sostituì il Vaccaro nella direzione dei lavori, anche perché quest’ultimo aveva avuto l’incarico di costruire la chiesa del Goleto, anch’essa distrutta dal terremoto del 1732 e successivamente morì. Egli modificò in parte l’originario progetto cercando di armonizzare gli elementi architettonici già costruiti con quelli da realizzare, eliminando molte linee curve ed il mastio centrale, che fu sostituito da un grande cortile interno. Al pianterreno fece collocare l’ingresso, la portineria e la farmacia ed al primo piano il magnifico salone di rappresentanza con a fianco due appartamenti riservati l’uno all’abate generale e l’altro agli ospiti di riguardo. Nel 1747 si portò a termine la parte più importante del palazzo e negli anni successivi furono fatti tanti lavori di abbellimento della struttura, come l’erezione della torretta dell’orologio, che reca la data del 1750; per tale opera il monastero si servì di Francesco Barletta, considerato pubblico orologiaio della città di Napoli. Successivamente incominciarono i lavori di molti artisti che, data la vastità del palazzo, si protrassero a lungo: il maestro Francesco Conforto di Calvanico ed i suoi fratelli si occuparono degli stucchi. Per le opere di pittura fu chiamato dapprima il napoletano Gaetano Giannini al quale si affidò il compito di eseguire i ritratti, come quello del papa Benedetto XIV e del re Carlo VII di Borbone. Contemporaneamente cominciò a lavorare Antonio Vecchione che decorò di tutti i locali del palazzo; un cenno meritano anche gli indoratori a cui si deve la particolare eleganza di tutti gli arredi ed il mobilio del palazzo.

Ingresso Al Palazzo abbaziale di Loreto, di forma ottagonale leggermente allungata da un lato, si accede tramite un portone in legno massiccio che immette direttamente nell’ingresso. Tale ambiente, già di per sé, lascia intravedere la magnificenza della struttura; volgendo lo sguardo in alto, si scorge la volta affrescata da Antonio Vecchione, con al centro lo stemma di Montevergine nel quale, in basso, si possono distinguere le cime di tre monti da cui si origina una duplice croce. Quella inferiore, con le sigle M. V. ai lati, termina con un cerchio nel quale è contenuta un’altra piccola croce che simboleggia la Vergine che da alla luce il figlio, pur rimanendo vergine. La corona, che sormonta il tutto, indica la protezione regia ed imperiale di cui godeva l’abbazia di Montevergine fino all’Unità d’Italia. In alto le insegne episcopali: il cappello vescovile con 10 fiocchi ed al di sotto la croce e il pastorale Lo stemma è poi incorniciato da una vistosa decorazione pittorica con angeli e puttini alati; in basso la scritta nullius fa riferimento alla natura giuridica dell’abbazia di Montevergine che si è andata configurando, nel corso del tempo, come territoriale, in quanto sede di una propria diocesi, immediatamente soggetta alla Santa Sede con a capo l’abate che ha dignità episcopale. Sulla parete destra dell’ingresso è posizionata una lapide marmorea che ricorda la visita ed il soggiorno di Francesco I di Borbone nel 1826 ed a sinistra, sulla portineria, una piccola lapide dà il benvenuto a tutti gli ospiti ed i pellegrini. Un artistico cancello in ferro battuto chiude l’ambiente dell’ingresso, che è collocato sul corridoio continuo del pianterreno, di fronte alla vetrata di accesso al giardino. Ai lati di questa, i pilastri che conducono ad una doppia rampa di scale opposte, su cui si nota la scritta clausura poiché, quando fu portato a termine il palazzo, un documento dell’abate generale Michele del Re, facendo riferimento alle disposizioni papali, nel 1751, estese anche alla nuova struttura le norme che erano in vigore alla casa madre.

Farmacia Procedendo a destra dell’ingresso, sempre nel corridoio inferiore, si riscontrano i locali della farmacia, per la quale l’architetto Di Blasio aveva previsto tre locali. Loreto era sorto proprio per la necessità di una spezieria nella quale curarsi poiché ai monaci, stando alla regola, era vietato recarsi fuori o in famiglia. Dal momento che con il passare del tempo aumentò l’utenza laica, il Di Blasio per evitare che il continuo passaggio degli estranei disturbasse la clausura, dispose una porta finestra, sul prospetto principale, attraverso la quale venivano distribuiti i medicinali all’esterno, alla popolazione circostante. Per gli stucchi la farmacia fu abbellita dai fratelli Conforto e per le decorazioni da Antonio Vecchione; in alto Giacomo Baratta nel 1761 vi dipinse, in una cornice esagonale, la guarigione di Tobia dalla cecità. Gli arredi della farmacia, particolarmente i vasi, distinti, secondo la terminologia del tempo, in alvaroni, fusilli etc. furono fatti eseguire a Napoli probabilmente dalla fabbrica del Giustiniani, appositamente per l’abbazia, come risulta dallo stemma che vi fu apposto. Già nel 1753 la farmacia entrava in esercizio gestita da fra Giuseppe da Crispano, che si distinse particolarmente come speziale dell’abbazia e se ne occupò fino alla morte. Da allora furono nominati farmacisti laici non essendoci monaci con titolo specifico e riconosciuto dalle autorità pubbliche; queste ultime sorvegliavano sulle attività svolte attraverso i protomedici che vi si recavano periodicamente in visita. Dal 1830 fu nuovamente un verginiano, Costantino De Silva, ad assumersene la responsabilità, ma alla sua morte iniziò la crisi della farmacia che dopo pochi anni, nel 1901, fu chiusa definitivamente Nel 1763 l’archivista, padre Bernardino Izzi, redasse un inventario della farmacia; esso ci informa sulle erbe officinali usate dai monaci, sui gestori, sulla consistenza degli arredi ed anche sull’acquisto di medicamenti e droghe provenienti dalla scuola medica salernitana e dalla fiera di Salerno.

 

Sala degli stemmi A sinistra dell’ingresso del palazzo abbaziale di Loreto, dopo la portineria, negli ultimi anni adeguatamente risistemata con funzionali scaffalature lignee, è situata la sala degli stemmi, conosciuta dapprima come sala del parlatorio. Il suo arredamento è semplice e signorile; le pareti sono rivestite da damasco di seta di colore azzurro, alla finestra, che sporge sul davanti della facciata principale sono presenti tendaggi opportunamente coordinati. Vi si riscontra un salottino per il ricevimento degli ospiti e consolle su cui sono adagiati oggetti di valore; non si può fare a meno di accennare ad alcune tele ivi presenti. La prima, di autore ignoto, che rappresenta la consegna a san Guglielmo della Regola di san Benedetto e l’altra del pittore Onofrio Avellino, datata 1732, nella quale il papa Clemente XII porge all’abate Ramiro Girardi un documento con il quale si concede agli abati di Montevergine la facoltà di amministrare la cresima ai sudditi (L’abate aveva fatto notare al pontefice che pur avendo nei territori soggetti tutti i poteri episcopali, non godeva, come il superiore di Montecassino e quello di Cava, della facoltà del sacramento della Confermazione). Al soffitto della sala spicca una particolare decorazione pittorica a tempera a secco, eseguita dall’architetto Giuseppe De Luca con pigmenti di cui si servivano i decoratori del passato; essa si ispira alla pittura ornamentale del settecento napoletano, simile a quella del Vecchione e riproduce una molteplicità di stemmi legati alla storia della congregazione ed ai fautori della costruzione del palazzo abbaziale di Loreto. Dopo il parlatorio, gli uffici della curia per il disbrigo delle pratiche amministrative della diocesi e sullo stesso lato, in fondo, l’oratorium, una piccola cappella, con altare posto su di un piano elevato destinata soprattutto a cerimonie religiose per l’esterno. Davanti alla finestra, una vetrata istoriata di Giovanni Hajnal, affiancata da un quadro della Madonna di Montevergine e da una scultura bronzea del Cristo del Vignanelli.

Salone di ricevimento Il primo piano del palazzo è collegato a quello inferiore attraverso una doppia rampa di scale in pietra di Trani; negli ultimi anni è stato realizzato un ascensore, che parte dal seminterrato del versante occidentale, a servizio degli anziani e degli infermi. La tromba delle scale, oltre che condurre al corridoio continuo superiore, permette di accedere al prospetto principale del palazzo; in quel tratto si riscontra la “Galleria degli Abati” dove sono esposte 25 tele ad olio che rappresentano gli abati della Congregazione di Montevergine restaurate negli ultimi anni dal prof. Martino Del Mastro e dalla sua collaboratrice Antonietta Petruzziello. Procedendo dallo stesso lato, si riscontra l’appartamento nobile, la zona riservata agli ospiti illustri che si sono avvicendati nel passato; esso è composto da vari locali: salotto, studio, camera da letto e servizi igienici. Vi è poi il salone di ricevimento che nel passato fungeva da sala capitolare; avendo l’abbazia tanti monasteri dipendenti, ogni anno pervenivano presso di essa gli abati delle case sparse per tutta l’Italia meridionale; essi avevano l’obbligo di partecipare a tali riunioni per il bene di tutta la congregazione, come stabilito dalle norme di vita religiosa. L’ingresso in tale sala è preceduto da un ampio vestibolo che è creato dal congiungimento delle rampe di scale e rimane per metà pensile; presenta tre balconi, due che si affacciano sulle scale ed uno, centrale, dal quale si gode di una splendida veduta, non solo di tutto il complesso, ma anche della montagna di Montevergine. Nell’elegante ambiente di attesa sono collocati i quadri di quattro abati di Montevergine vissuti nei secoli XIX-XX, di cui, due, opera di Vincenzo Volpe. Attraverso una splendida porta artigianale ci si immette nel salone di ricevimento, collocato nella parte centrale dell’edificio. Esso, a pianta rettangolare, è molto luminoso per la presenza di un balconcino e due finestre ed è arredato in stile settecentesco. Alle pareti, in damasco rosso, spiccano due arazzi cinquecenteschi di scuola fiamminga, donati dalla famiglia Caracciolo di Avellino alla congregazione religiosa di Montevergine e restaurati nel secolo scorso, che raffigurano scene di caccia ed allegoriche. Inoltre si notano quattro dipinti ovali rappresentanti rispettivamente la carità, la penitenza, la fede e la speranza. Rendono molto elegante l’arredamento i divani, le sedie, le angoliere con armoniosi intagli e la volta a padiglione ornata di ottimi stucchi che riproduce fedelmente il disegno originale.

Archivio diocesano Proseguendo sempre a sinistra, nel corridoio superiore, si riscontra l’archivio che fu trasportato, per volontà dell’abate Letizia, nel 1760 -63 da Montevergine nel palazzo abbaziale di Loreto. Nel 1862, in seguito alle soppressioni delle corporazioni religiose, passò illegalmente all’Archivio di Stato di Napoli; vi poté far ritorno solo nel 1926. Esso è composto da due salette; quella più interna è originale del Settecento e presenta una scaffalatura in radica d’olivo che copre le pareti e riggiole, anche dell’epoca, provenienti da Napoli. Nell’ambiente d’ingresso più esterno è riprodotta fedelmente la stessa stipettatura dell’altra sala, mentre il pavimento è in mattoni rossi pressati ed ha sostituito quello precedente di legno. Il progetto dell’archivio fu eseguito da Giovanni Sisto e Mariano Pagano da Castellammare, di cui il primo stretto collaboratore del Vaccaro. Al soffitto una bellissima composizione ovale denominata il Trionfo della Fede, opera di Antonio Vecchione, ai lati, in una cornice allusiva, gruppi allegorici che fanno pensare ai quattro continenti in cui domina la fede. Attualmente l’archivio ospita la documentazione diocesana dell’abbazia per quanto riguarda la normativa, la corrispondenza, le visite pastorali e ad limina, i sinodi ed i concili. e le attività ed i riti religiosi svoltisi nell’ambito dei paesi che facevano parte, nel passato, della diocesi di Montevergine, come Mercogliano, Ospedaletto, San Martino Sannita, la frazione Valle di Avellino fino al 1979.

Cappella Alla cappella, ad uso interno dei religiosi della congregazione di Montevergine, si accede tramite una caratteristica porta in legno di noce, a quattro battenti. In fondo sull’ altare, eseguito da Antonio di Lucca in marmi pregiati, è collocata la tela di Paolo Di Maio che rappresenta il trasporto della santa Casa di Nazaret in Loreto Precedentemente vi erano due altari laterali, fatti erigere dall’abate Raimondo Morales nel 1837, sormontati da due quadri, l’uno rappresentante san Benedetto e san Guglielmo e l’altro la Madonna venerata da san Guglielmo e santa Rosalia. Al soffitto della cappella si può notare una raggiera in legno dorato, con al centro una colomba che rappresenta lo Spirito Santo, opera del doratore Nicola Paragallo, su disegno del prof. Vincenzo Volpe. Sul pavimento, in marmo di Carrara con intramezzati piccoli quadri di marmo, spicca lo stemma dell’abate Marcone che, nel 1928, provvide alla ristrutturazione ed alla decorazione della cappella. Ai lati si sviluppa il coro monastico in legno, ad imitazione settecento, fatto realizzare su progetto di Geppino e Mario Volpe nel 1930. La struttura si caratterizza per una doppia fila di stalli, in legno di castagno ed una ricca decorazione di intagli in cuoio inciso che ricopre ogni superficie; di particolare bellezza le incisioni a fiorame con simboli e personaggi sacri. Due finestre sagomate poste in alto, ai lati dell’altare, danno luce al vano della cappella, dove il tutto invita al raccoglimento ed alla preghiera.

 

Biblioteca La Biblioteca di Montevergine fa parte delle undici biblioteche pubbliche statali che si definiscono annesse ai Monumenti Nazionali; dipende dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. È ubicata in un’ala a nord-ovest del complesso ed ha un ingresso indipendente per permettere l’accesso all’utenza, che, in tal modo, non invade gli spazi dei religiosi e può frequentare agevolmente le sale ad essa destinate come quella posta all’ingresso, dove è ubicata la postazione di reference e la sala di consultazione. Vi è ospitato un patrimonio di grande rilievo e pregio, per quanto riguarda la parte più antica, tramandataci dalla famiglia religiosa di Montevergine; l’origine dell’istituto si deve allo stesso fondatore, San Guglielmo da Vercelli, che, come racconta la Legenda, raccolse i primi manoscritti. Essi, insieme agli altri compilati o ricopiati dagli stessi monaci nello scriptorium, costituirono il nucleo originario della futura biblioteca di Montevergine, sorta in origine come monastica. Gli esemplari in dotazione sono numerosi: all’incirca 200.000, 24 codici, 33 incunaboli, poco più di mille edizioni del secolo XVI, quelle che, in gergo bibliotecario, si definiscono cinquecentine, Il codice più importante, esemplare unico, è la Legenda de Vita et Obitu Sancti Guilielmi confessoris et heremite, del secolo XIII, che narra della storia di san Guglielmo e della nascente congregazione virginiana. Degno di rilievo, ma lo sono tanti esemplari del patrimonio posseduto, lo Psalterium Davidis, manoscritto latino membranaceo del secolo XV, impreziosito da bellissime miniature in polvere d’oro zecchino e tra gli incunaboli particolare il Libro d’ore, incorniciato da una fascia laterale e xilografie. Alcune cinquecentine sono particolarmente significative per l’abbazia poiché ne documentano la storia e lo sviluppo nel corso del tempo e, descrivendo minuziosamente tutti gli aspetti, offrono una traccia insostituibile di conoscenza. Tra esse quella del verginiano Felice Renda, la Vita et obitus santissimi confessoris Guilielmi Vercellensis che fissa l’anno di nascita del fondatore di Montevergine. Notevole è anche la raccolta di manoscritti figurati; interessantissime le Platee del secolo XVIII relative ai possedimenti dell’abbazia di Montevergine, delle sue dipendenze e di tanti monasteri soppressi della zona. La Biblioteca offre all’utenza numerosi servizi, espletati attraverso la normativa prevista dal Regolamento delle biblioteche pubbliche statali, tra cui le informazioni bibliografiche ed archivistiche, la consultazione, il prestito interno ed interbibliotecario, le riproduzioni, le visite guidate. L’istituto dal 2000 è in SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale): si tratta della rete delle biblioteche italiane promossa dal Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo ed ha un suo sito web, dove l’utente riscontra tutte le informazioni e può inoltrare la richiesta dei servizi dapprima menzionati.

 

Archivio storico L’archivio storico è ubicato al secondo piano dell’ala destinata alla Biblioteca statale di Montevergine, a cui è annesso. Occupa alcune sale, di cui la principale è strutturata su due livelli: al primo presenta una profonda cassettiera che ne occupa tutto il perimetro ed al livello superiore una funzionale scaffalatura metallica. La sua storia è è strettamente legata all’abbazia; gli incartamenti più antichi ne dimostrano giuridicamente la fondazione. Ospita un considerevole patrimonio pergamenaceo e cartaceo; le pergamene sono all’incirca settemila e tra di esse spiccano bolle, brevi, diplomi, privilegi pontifici e di autorità civili, ma la parte più consistente è costituita da strumenti di donazioni, compravendite, enfiteusi. Il tutto documenta la storia di Montevergine e dei suoi monasteri dipendenti, ma si può dire dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Molte sono le pergamene particolarmente significative che offrono riscontro circa l’origine del monastero, nel luogo detto Acqua del Colombo, per mano di Guglielmo, custode e rettore. Particolare e di notevole interesse paleografico ed iconografico è la pergamena nota come Statuto dell’abate Donato del 1210 che è illustrata con diverse figure, tra le quali, al centro la Vergine tra due angeli. Il vasto materiale cartaceo è relativo alla congregazione virginiana nei suoi molteplici aspetti del patrimonio, dell’amministrazione, del culto, degli affari giudiziari ed ai monasteri dipendenti che non erano solo in Irpinia, ma in tutta l’Italia meridionale, di cui ci è pervenuta la documentazione. Si riscontrano inoltre gli incartamenti di altri ordini religiosi della nostra provincia, assegnati in custodia a Montevergine dopo la soppressione del 1807 ed, in piccola parte, quelli che riguardano la storia di molti paesi e famiglie irpine. Le visite guidate presso il Palazzo abbaziale di Loreto sono gratuite, gestite dal personale della Biblioteca Statale di Montevergine. Vengono effettuate tramite prenotazione, per un massimo di trenta persone per gruppo, esclusivamente nei giorni dispari del lunedì, mercoledì, venerdì, ore 9,30 e 11.00. Il percorso prevede l’osservazione dei locali frequentati dall’utenza al piano terra, al primo piano la sala Auditorium, la mostra permanente denominata Dal papiro al libro a stampa (itinerario storico sull’evoluzione della scrittura con particolare riferimento alla produzione dello scrittorio verginiano) e le altre esposizioni bibliografiche e documentarie che, di volta in volta, vengono allestite per particolari eventi. Inoltre, per concessione della congregazione religiosa di Montevergine, è possibile visitare all’interno del Palazzo abbaziale di Loreto l’ingresso e la farmacia. In occasioni straordinarie è consentito estendere la visita al piano superiore, ai locali della Galleria degli abati, del Salone di ricevimento, all’Archivio diocesano. Per tutte le informazioni, comprese le prenotazioni, visitare il sito web della Biblioteca Statale di Montevergine all’indirizzo http://bibliotecastataledimontevergine.beniculturali.it/; la sezione News permette di aggiornarsi, in tempo utile, su tutti gli eventi programmati.