Castello di Cervinara

La leggenda vuole che il nome Cervinara derivi da un altare dedicato dai Romani a Cerere, dea delle messi. Più probabile è che il nome derivi dai cervi che popolavano la zona. Il borgo di Cervinara si sviluppò intorno a una roccaforte difensiva situata alle falde del Monte Pizzone. La prima attestazione del Castello, chiamato dai cervinaresi “O’ Castellone”, si ritrova in un documento del XII secolo, Cronaca del Volturno, in cui un certo Frate Giovanni fa riferimento ad un interscambio avvenuto nell’837, tra l’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno ed il Principe longobardo Beneventano Sicardo, il quale ricevette “castrum quoque dicitur Cerbinaria in Caudetanis”, cioè, un castello ubicato a Cerbinaria nella Valle Caudina. È possibile ipotizzare che l’edificazione del fortilizio difensivo sia di epoca longobarda e che l’antico borgo medievale corrisponda alle odierne frazioni di Castello e Ioffredo. Il Castello ed il dipendente borgo medioevale vennero saccheggiati e distrutti dalle milizie di Ruggiero II, detto il Normanno, durante la lotta contro Rainulfo Butterico, suo cognato, Conte di Avellino. Quest’ultimo aveva ricevuto il feudo quale dote per il matrimonio con Matilde de Hoteville, sorella di Ruggiero. La contesa ebbe inizio perché Rainulfo evitò di sottostare agli obblighi militari connessi al possesso delle Contee ricevute di Avellino e Mercogliano. La moglie Matilde sfruttò l’occasione per lasciare il coniuge e, il fratello Ruggiero mosse le sue truppe contro l’infedele cognato, devastando non solo il borgo medioevale di Cervinara e relativo Castello, ma anche altri paesi della Valle Caudina. La vicenda spiega i cambiamenti apportati , nel corso dei secoli, all’originaria struttura del fortilizio longobardo. I Normanni, infatti , ricostruirono ed ingrandirono il Castello, operazione proseguita dagli Svevi, sotto la guida del Conte Rainulfo II, in seguito allo scempio ad opera delle truppe di Federico II di Svevia. Col passare del tempo, da struttura difensiva, il Castello assunse la funzione di residenza dei feudatari, che dal Catalogo dei Baroni risultano essere, tra il XII ed il XIII secolo, Malgerio, Roberto de Molino, Soaldo Cappello. Ulteriori interventi furono apportati in epoca angioina. Carlo d’Angiò, nel 1279, fece dono del Castello a Isabella de Chauville. Nel 1283, il feudo andò a Giovanni della Leonessa, primo dei feudatari della nobile famiglia, che la tenne per oltre due secoli, fino al 1488. L’assenza di sistemati ci interventi di consolidamento, determinarono il deperimento della struttura, che già nel XV secolo, si presentava alquanto fatiscente. Ed infatti , nel secolo successivo, in un atto notarile del 1528, il castello venne definito “anti quo e mezzo rovinato”. Fu questo il moti vo per cui la famiglia D’AvaLos, beneficiaria nel 1532 del feudo come donazione da parte del Regio Demanio Spagnolo, piuttosto che impiegare enormi capitali per la ristrutturazione profonda del Castello, scelse di utilizzarli per erigere, a parti re dal 1562, un edificio gentilizio nell’odierna frazione Ferrari, la cui costruzione venne terminata solo nel 1581. L’edificio venne comprato nel 1607 dai Caracciolo, a cui rimase fino all’abolizione della feudalità nel 1806. Il Castello “Ioffredo” conserva ancora l’originaria pianta quadrata, alcune parti della cortina muraria, che consentono di delineare le torri di difesa, sette torrette, il donjon (torre principale) e parte della residenza dei feudatari locali. Il masti o, a pianta quadrangolare, era sviluppato su tre piani, con volta a botte, a cui si accedeva utilizzando delle botole sovrapposte. Come tutti i castelli medievali, quello di Cervinara era circondato da un fossato che impediva il facile assalto alla struttura e presentava un ponte levatoio, superato il quale, gli eventuali assalitori accedevano ad uno spazio aperto su cui i difensori potevano infierire con frecce, olio e pece bollenti . Il Castello di Cervinara è ancora oggi avvolto da un alone di mistero. Nel confine labile tra storia e leggenda trovano spazio i racconti che da generazioni vengono tramandati dagli abitanti del paese. Una leggenda narra delle urla di dolore, che si udirebbero durante le notti , attribuite ad una nobildonna adultera perita nella sua cella per colpa del fuoco appiccato al Castello dagli invasori. Secondo un’altra leggenda, nei sotterranei del Castello, per la precisione nelle sue vie di fuga, vivrebbe una gallina d’oro o dalle uova d’oro con i suoi sette pulcini. Infine, nella canna fumaria di un camino del masti o, in passato sarebbe stato trovato da alcuni visitatori uno scheletro di un infante di pochi anni. Ai piedi del fortilizio si trova un lavatoio pubblico tardomedievale alimentato da una sorgente.