Santuario di Montevergine - Mercogliano

Il santuario di Montevergine sorge su un monte dove in età pagana veniva venerata Cibele, madre degli dèi e dea della natura. Secondo la tradizione il poeta Virgilio, colpito dalla lettura degli oracoli sibillini, che predicevano la nascita di un Dio Salvatore, vi si recò ad interrogare la dea Cibele. Se “Mons Parthenius” significa dal greco “Monte Vergine”, il toponimo “Montevergine” è di origine incerta; infatti , in alcuni manoscritti conservati nel monastero il nome antico ed altomedievale del monte era “Monte di Virgilio”, in quanto si riteneva che il poeta mantovano vi avesse piantato un giardino aromatico. La leggenda vuole che da queste piante siano stati ricavati e distillati i famosi liquori prodotti dai frati benedettini. Il Santuario Abbazia di Montevergine fu consacrato al culto mariano nel 1126 dal vescovo Giovanni di Avellino. La fondazione della prima chiesa, tuttavia, è strettamente legata alla figura di Guglielmo da Vercelli, un monaco eremita che, ritornato da un pellegrinaggio a Santi ago di Compostela, decise di fermarsi sul monte Serico, in località Atella, per prepararsi spiritualmente al viaggio in Terra Santa. Ripreso il cammino verso Gerusalemme, Guglielmo giunge a Ginosa, dove incontra Giovanni da Matera, il quale lo invita a rinunciare al pellegrinaggio per portare la parola di Dio nelle terre d’Occidente. Guglielmo continua il suo cammino ma durante il viaggio venne assalito da un gruppo di malviventi e ridotto in fin di vita. Ricordatosi delle parole di Giovanni e dopo una lunga riflessione spirituale, il monaco si ritira in solitudine, dedicandosi alla meditazione. Era l’anno 1118 quando tornato in Irpinia, sente che la volontà di Dio è quella di farlo risiedere su un monte, oggi conosciuto come Partenio, ad una altitudine di oltre mille metri. In uno scritto si dice che: «Su quell’alta montagna, a 1270 metri sul mare, in una piccola conca creata dall’incontro di due opposti declivi di monti , si fa costruire una piccola cella, ed ivi per un anno rimane solo nella più assoluta solitudine, tutto dedito alla più alta contemplazione, a contatto con orsi e con lupi, che però non osano recargli alcun male». Con il passare del tempo la fama di santità di Guglielmo si diffuse e sul monte iniziarono ad arrivare uomini desiderosi di seguire gli insegnamenti del santo. L’uomo di Dio in poco tempo divenne la guida di una congregazione di monaci, detta Virginiana, la cui vita era improntata su un rigoroso regime penitenziale, esercizi di preghiera e di carità verso i poveri. La costruzione della basilica centrale, opera dell’architetto romano Flore stano di Fausto, iniziò nel 1952 e fu aperta al culto nel giorno dell’Ascensione del 1961. La facciata, divisa in tre scomparti dove si aprono altrettanti ingressi, è rivestita di pietra bianca e al centro è posto un rosone decorato con vetri policromi che raffigurano l’incoronazione della Vergine. Il soffitto è a cassettoni con rifiniture in oro zecchino, mentre la pavimentazione è in granito semilucido. Le finestre del tiburio sono ornate da vetrate rappresentanti Angeli, realizzate da Amalia Panigati , cui si devono anche le croci dei matronei simboleggianti gli Evangelisti . Dal fondo della navata destra si ha l’accesso alla basilica vecchia tramite un portale in stile gotico, risalente al XIII secolo, opera della fonderia De Lamorte di Napoli, nel cui timpano è affrescato la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria Santissima durante la prima pentecoste cristiana. Della basilica originaria, risalente al 1126, prima in stile romanico poi riadattata in gotico, non rimane nulla. Dopo un crollo nel 1629, fu ricostruita nel 1645 su progetto dell’architetto Giacomo Conforti . La chiesa è a navata unica, pavimentata in marmo ed è delimitata su ogni lato da tre grosse arcate, segno delle passate navate laterali, oggi chiuse; nella basilica antica sono poste sei lapidi in marmo in latino che rievocano rispettivamente la storia del santuario, un ringraziamento a Leone XIII, le visite di Umberto di Savoia, il pellegrinaggio di Vittorio Emanuele III del 28 agosto 1936, il ripristino della diocesi di Montevergine e Francesco I. L’altare maggiore è adornato con tarsi di scuola napoletana, a cui si mischiano elementi tipici dell’arte araba; nella parte centrale è posta la statua in marmo della Madonna delle Grazie, mentre ai suoi lati le statue, sempre in marmo, di San Guglielmo e San Benedetto. Chiude la chiesa un organo realizzato da Vincenzo Benvenuti nel 1896. Sul lato destro si apre una cappella dedicata al Santissimo Sacramento, al cui interno è custodito un baldacchino risalente al XIII secolo, in stile romanico, con intarsi in cosmatesco, dono di Maria d’Ungheria o del figlio Carlo Martello. All’interno della cappella si trova anche un organo a canne, costruito alla fine del XIX secolo da Zeno Fedeli. Un’altra cappella fu edificata intorno al XIII secolo da Filippo I d’Angiò: in origine ospitava il quadro della Madonna, fino al 25 novembre 1960, quando fu spostato nella Basilica Cattedrale e quindi convertita al culto del Crocifisso; tuttavia, il 25 giugno 2012, è tornata ad ospitare l’effigie della Vergine. L’altare della cappella risale al 1628 ed è sormontato da due colonne, al cui centro era posto un crocifisso del XVIII secolo, sostituito poi dalla tavola della Madonna; ai lati delle colonne le raffigurazioni di Matteo e Luca. La volta è decorata con dipinti di Vincenzo Volpe, raffiguranti Maria Bambina, l’Assunta e l’Immacolata: dello stesso autore anche altri dipinti posti sul lato destro della cappella tra cui l’Apparizione del Salvatore a San Guglielmo; di pregevole fattura anche il monumento funebre di Filippo d’Angiò e sua moglie Caterina II di Valois. Tra le altre opere presenti nella cappella una nicchia in marmo dove sono conservate le spoglie dell’abate Guglielmo De Cesare, raffigurazioni di San Bernardo di Chiaravalle, Sant’Anselmo d’Aosta ed una tela della Natività. Altra cappella è quella della Schiodazione, così chiamata per la presenza, in origine, di una tela del ‘600 del Rubens, andata perduta a seguito della sostituzione con una dell’800 del Serbucci. Sul piazzale esterno è presente la cappella del Torrione, così chiamata perché simile ad una torre, la cui facciata fu realizzata verso la fine del XIX secolo su progetto dell’architetto Carmine Biancardi: si accede tramite una scalinata, che se fatta in ginocchio, permette di ottenere una parziale indulgenza; al suo interno un mezzobusto del Redentore risalente al 1899. La cripta di San Guglielmo fu consacrata nel 1963. L ‘ipogeo è diviso in tre navate: in quella centrale, sotto l’altare maggiore, è posta l’urna con le spoglie del santo e il sarcofago è decorato con scene rappresentanti la sua esistenza terrena. Nelle navate laterali si aprono otto cappelle, quattro su ogni lato, dedicate rispettivamente a Sant’Eleuterio e Sant’Anti a, Santa Giuliana e Santa Faustina, San Costanzo e San Deodato, Barbato di Benevento e San Massimo, San Giasone e San Mauro, San Mercurio e San Potito, Sant’Ermolao e San Modesto, San Vittore e San Pisco. Sempre nelle cripta, raccolte in alcune urne e collocate sui muri, le reliquie raccolte negli anni nel santuario di Montevergine. Affascinante è la storia dell’icona della Madonna di Montevergine, la cui origine ancora oggi è incerta. Secondo la leggenda, il quadro sarebbe stato direttamente dipinto da San Luca a Gerusalemme, per poi essere trasportato prima ad Anti ochia e poi a Costanti nopoli. Nell’VIII secolo però con la salita al trono di Michele Paleologo e l’inizio dell’iconoclasti a, il fuggiti vo re Baldovino II recise il capo della Madonna dal quadro per metterla in salvo. Giunta a Caterina II di Valois per eredità, questa fece terminare l’opera da Montano d’Arezzo, per poi donarla ai monaci di Montevergine nel 1310, esponendola nella cappella gentilizia dei D’Angiò. La prima vera valutazione storica dell’icona si ebbe soltanto durante il Concilio Vaticano II, negli anni sessanta, su ordine delle autorità ecclesiasti che e la leggenda risultò totalmente infondata. Da uno scritto conservato nel monastero irpino, il quadro era già presente dalle fine del XIII secolo. Nel 1964 Giovanni Mongelli, padre della Congregazione di Montevergine, ipotizzò che l’opera potesse essere stata realizzata da Pietro Cavallini, o dalla sua scuola, visti i numerosi elementi artistici tipici del pittore romano, atti vo presso la famiglia D’Angiò. Nel 1997 padre Placido Maria Tropeano, ha però dichiarato che l’opera potrebbe essere anche attribuita a Montano d’Arezzo, ma che a seguito dei continui rimaneggiamenti abbia perso la sua fisionomia iniziale. Altra leggenda, anch’essa esclusa dagli storici, vuole che il quadro sia giunto a Montevergine perché il mulo che lo trasportava non avrebbe eseguito gli ordini del padrone e si sarebbe incamminato per la montagna giungendo fino al santuario.